Deborah Žerovnik (Pola, 1968)



Una volta ho visto occhi        
occhiaie, facce annerite
da macerie ed insonnia
e la stanchezza tutta.
Fuori, la notte cadeva a terra,
pugni salivano al cielo
stringendo fumo ai piedi della morte
vicino ai villaggi, città, fiumi e foreste.
Facendo un passo verso l’ignoto
l’alba arrivava a tremare
agli occhi pieni di lacrime
accogliendo il respiro di un nuovo giorno
e strofinando gli occhi
annebbiati nel tempo sgualcito
pallida, spaventata,
i brividi ricevuti come grazia,
salutavo con passione la mia carne
e gli spasmi a colpire il cervello
per quel flebile respiro.
Non ho ricordi
di tutte le vite
solo l’odore,
nella mano serrata,
delle foglie di menta.

*

Si racconta in una smorfia
il mio viso spento,
qualche parola nuova
di straordinaria promessa
e poi vecchio fato in cordoglio
che svolge il respiro
continuando il servigio
per la meretrice di tutti;
una cagna che ride annoiata.